LA STAMPA – 12.09.2026
l 15 aprile, nell’assemblea del Monte dei Paschi, si consumò una scena che vale più di molte analisi sul capitalismo italiano. Da una parte Francesco Gaetano Caltagirone, secondo azionista del Monte (13,49%), schierato per la lista che sosteneva Fabrizio Palermo al timone e che avrebbe tenuto fuori Luigi Lovaglio dalla guida della banca. Dall’altra Francesco Milleri, presidente di Essilux e di Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio, che con il suo 17,5 per cento fece la scelta opposta. Lovaglio tornò al comando. Il voto di Delfin fu decisivo. Caltagirone uscì sconfitto e adirato con tutti quelli che lo avevano tradito. Dietro le quinte il governo che mise insieme lo schieramento a favore di Lovaglio.
Qualche giorno dopo, Milleri avrebbe spiegato la filosofia della holding con una frase che suona quasi come una dichiarazione di distanza dalle guerre di palazzo: «Non siamo interessati agli individui o alla governance. Siamo interessati ai risultati».
È difficile, oggi, non tornare a quella frase guardando il gigantesco Risiko che si è aperto intorno a Mps. Perché nel frattempo la banca che doveva essere oggetto di una possibile aggregazione è diventata il bersaglio dell’Opas di Intesa Sanpaolo; e quella stessa Mps, invece di arrendersi, ha reagito lanciando offerte per Banco Bpm e Banca Generali per circa 34 miliardi di euro. Il vecchio Monte, salvato dallo Stato nel 2017 con una ricapitalizzazione precauzionale da 8,1 miliardi e tornato sul mercato, tra il 2023 e il 2024, oggi prova a diventare abbastanza grande da non poter essere comprato facilmente.
Il punto, però, è che qualunque sia il vincitore, le strade di Delfin e Caltagirone restano divise con l’imprenditore romano sul fronte opposto a quello del manager degli occhiali e del medtech e in posizione sempre più ostile, ritenendolo responsabile di non aver fatto fronte comune.
La mossa di Intesa Sp, infatti, ha trasformato le partecipazioni dei due grandi azionisti di Mps in una sorta di biglietto d’ingresso nel capitale della banca guidata da Carlo Messina. Caltagirone è sicuramente al fianco di Intesa Sp perché spera di incassare denaro e un dividendo in termini di potere nelle Generali, il suo vecchio sogno di contare nella governance. E sostiene la banca milanese anche per una rivalsa nei confronti di Lovaglio, che il Caltagirone aveva rimosso dal timone, poi ha licenziato anche se ha subito la beffa della conferma da parte della maggioranza dei soci.
L’atteggiamento di Delfin nel risiko è ancora indefinito: ha scelto Lazard presieduta da Flavio Valeri per aiutare la holding lussemburghese a fare una scelta economica, anche se le divisioni fra gli otto eredi sul testamento di Leonardo Del Vecchio e le contrapposizioni fra Leonardo Maria Del Vecchio e Milleri, potrebbero influenzare la decisione: sembra che il quartogenito, in presenza di un rilancio dell’Opas, voterebbe a favore, come almeno altri cinque fratelli.
È una di quelle situazioni nelle quali il capitalismo italiano mostra la sua caratteristica più sorprendente: cambiano i nomi delle banche, cambiano le offerte, cambiano i rapporti di forza, ma alcuni grandi azionisti restano sempre al centro della fotografia.
Caltagirone, in particolare, ha costruito negli anni una posizione che va ben oltre la semplice ricerca del rendimento finanziario. Il suo nome ricorre nelle partite che contano: Mps, Mediobanca, Generali: nel 2022 presentò una lista alternativa a quella di Mediobanca allora guidata da Alberto Nagel che confermò Philippe Donnet. E ogni partecipazione sembra avere un valore doppio: quello economico scritto sul listino e quello strategico che deriva dalla possibilità di incidere sulle scelte societarie, al di là della sua quota.
La sua battaglia per Mps lo dimostra bene. A maggio, quando sembrava prendere corpo un’aggregazione tra Siena e Banco Bpm, Caltagirone aveva espresso pubblicamente la propria contrarietà. Disse di temere che l’operazione potesse «distruggere qualcosa che esiste da cinque secoli» e parlare di un «nuovo assalto al risparmio italiano». Era una posizione apparentemente difensiva, quasi patriottica: proteggere Siena, il Monte, la sua identità e il suo radicamento territoriale. Quelle parole celavano un atteggiamento di freddezza nei confronti di Giuseppe Castagna, ad di Bpm. Fino a quel momento si sentiva il trionfatore, l’ottavo re di Roma che conquistava la ex galassia del nord.
Ma la vicenda racconta anche qualcosa di più sottile. Caltagirone non ama le operazioni nelle quali rischia di perdere centralità. E il trasferimento dell’asse del credito da Siena a Milano, che lui paventava nel matrimonio con Banco Bpm, avrebbe significato anche un diverso equilibrio di potere tra gli azionisti. Il problema non era dunque soltanto dove sarebbe finita la sede del Monte. Era anche chi avrebbe avuto voce nella banca che sarebbe nata.
Qui sta il tratto più interessante, e più spigoloso, della sua strategia. Caltagirone non sembra accontentarsi di essere un grande investitore. Vuole essere un grande azionista, quando la dimensione della partecipazione può diventare una leva. È una differenza fondamentale. Il primo compra valore. Il secondo compra anche influenza.
La distinzione è importante perché il risiko bancario italiano non è una semplice gara a chi possiede più sportelli. È una partita sulla governance del sistema di potere finanziario. Mps ha conquistato Mediobanca e, attraverso Piazzetta Cuccia, si è ritrovata con una partecipazione rilevante in Generali. Delfin possiede circa il 10 per cento del Leone; Caltagirone il 6,3 per cento. Nel frattempo UniCredit è entrata con circa l’8,8 per cento e l’eventuale successo dell’offerta di Intesa su Mps potrebbe portare anche Ca’ de Sass a diventare un azionista di peso di Generali
A questo punto la domanda non è più soltanto chi compra Mps. È chi controlla gli snodi attraverso i quali passa il potere finanziario italiano. E la risposta conduce con metriche ormai opposte, a Delfin e Caltagirone.
Delfin, tuttavia, segue una traiettoria diversa. La holding dei Del Vecchio ha dimostrato di essere disposta a intervenire pesantemente sulla governance, come ha dimostrato il voto decisivo per Lovaglio, ma Milleri insiste sulla logica industriale: risultati, non persone. È una differenza di stile che può diventare anche una differenza strategica. Da una parte c’è una holding che tende a presentarsi come investitore industriale di lungo periodo; dall’altra un azionista che non ha mai nascosto la propria disponibilità a giocare una partita molto più politica dentro il capitalismo italiano.
E infatti, dopo la sconfitta in assemblea, Caltagirone ha cercato di costruire una rivincita.
Intesa Sp ha messo sul tavolo un’offerta su Mps da circa 36 miliardi. Siena ha risposto con due offerte, una su Banco Bpm e una su Banca Generali, per complessivi 34 miliardi. Lovaglio ha definito Mps «il partner naturale per un’aggregazione amichevole» e ha sostenuto che il progetto potrebbe dare vita a uno dei primi dieci gruppi bancari europei.
La formula è elegante: aggregazione amichevole, ma non per Castagna che teme di essere acquistato a un valore nettamente più basso con il rischio spezzatino che danneggerebbe il sostegno alle imprese in un territorio ambito. La realtà è molto più brutale. Mos è una banca che, per non essere comprata, prova a comprare due concorrenti.
Il progetto prevede un’offerta da circa 25,3 miliardi su Banco Bpm e da circa 8,7 miliardi su Banca Generali. Mps ha inoltre promesso una distribuzione straordinaria da 4 miliardi ai propri azionisti, un miliardo in contanti e il resto attraverso azioni Generali.
È qui che il cerchio si chiude. Perché Generali non è un pezzo qualsiasi del Risiko: è uno dei grandi premi della partita. E dentro Generali sono già seduti Delfin e Caltagirone. Mps possiede a sua volta una partecipazione del 13,1% attraverso Mediobanca. Banca Generali, dunque, non è semplicemente una società da acquistare: è una tessera che può modificare gli equilibri del Leone. Per Caltagirone, quindi, la partita bancaria è anche una partita assicurativa. E quella assicurativa è una partita di governance.
È questa sovrapposizione di interessi a rendere il Risiko italiano così diverso da una normale stagione di fusioni. Le stesse persone, le stesse holding e gli stessi capitali ricompaiono su più tavoli. Si parte da Mps, si passa per Mediobanca, si arriva a Generali; da Generali si torna a Banca Generali e Banco Bpm; e alla fine si torna a Intesa in un gioco dell’oca.
È un gioco nel quale non serve possedere una maggioranza assoluta. Basta essere abbastanza grandi da rendere impossibile qualsiasi operazione senza il proprio consenso.
Ed è precisamente qui che emerge l’ambizione di Caltagirone. Chiamarla semplicemente «avidità» sarebbe un giudizio. Ma si può parlare senza troppi giri di parole di una formidabile fame di influenza. L’imprenditore romano sembra voler essere presente ogni volta che il capitalismo italiano ridisegna le proprie mappe. Non necessariamente per comandare tutto, ma per non lasciare ad altri il diritto di decidere senza di lui.
È una forma di potere molto più moderna di quella tradizionale. Non ha bisogno di un controllo totalitario. Gli basta una quota significativa, una rete di alleanze, la capacità di pesare in assemblea e un portafoglio abbastanza ramificato da rendere ogni partita collegata alla successiva.
Il paradosso è che Caltagirone e Delfin possono perdere una battaglia e contemporaneamente vincere la guerra di posizione. Caltagirone ha perso il braccio di ferro su Lovaglio. Delfin lo ha vinto. Ma l’Opas di Intesa ha rimesso entrambi al centro, offrendo loro la possibilità di diventare azionisti pesanti di Ca’ de Sass. Se invece Mps riuscisse nella controffensiva su Banco Bpm e Banca Generali, i due resterebbero azionisti di un gruppo destinato a pesare enormemente sul sistema italiano.
Insomma, qualunque sia il vincitore, loro sono già seduti al tavolo.
E forse è questo il vero significato del Risiko. Non la nascita dell’ennesima banca più grande, non l’ennesima tabella sulle sinergie, non i miliardi delle offerte. Ma la progressiva concentrazione della capacità di decidere nelle mani di pochi grandi azionisti.
Milleri dice: «Siamo interessati ai risultati». È una frase che suona quasi come una promessa di sobrietà. Caltagirone, invece, sembra muoversi secondo una regola diversa: essere lì quando i risultati vengono decisi. E nel capitalismo italiano, essere lì è già una forma di potere.
Il 15 aprile Caltagirone perse una battaglia. Oggi, però, è ancora al tavolo dove si decide il futuro di Mps, di Mediobanca, di Generali e forse persino di Intesa. È difficile immaginare una dimostrazione più efficace di quanto, nel grande Risiko bancario italiano, il potere non coincida necessariamente con il controllo. A volte basta avere abbastanza azioni perché tutti debbano venire a chiederti da che parte stai.